Perdere la verginità: ha ancora senso parlarne?

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Il mito della verginità fra arretratezza e finta modernità: abbattiamo insieme gli stereotipi.  

Il mito della verginità fra arretratezza e finta modernità: abbattiamo insieme gli stereotipi.  
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Il termine verginità è ancorato ancora oggi a concetti e credenze retaggio del passato, dal quale è difficile liberarsi se non si affronta l'argomento dalla giusta prospettiva. L'idea che l'imene intatto sia sinonimo di verginità e che il primo rapporto sessuale ne provochi la rottura è purtroppo ancora ampiamente diffusa. Abbiamo quindi deciso di fare un po' di chiarezza in merito, in modo da abbattere gli ultimi baluardi di pensiero retrogrado che ancora avvolgono la verginità. Cosa vuol dire, veramente, perdere la verginità e perché non ha niente a che vedere con quello che ci hanno raccontato.

Cos'è la verginità

Durante l'adolescenza, le ragazze vengono divise in due categorie. Quelle che la danno subito, quelle “facili”. E quelle che aspettano, perché per perdere la verginità ci vuole un'età. Come se il tempo anagrafico e mentale scorresse per tutte allo stesso modo. La verginità non corrisponde alla rottura dell'imene, come ci hanno insegnato fin da bambine. L'imene è una membrana che non viene disintegrata dal primo rapporto sessuale. Non sparisce. Al massimo si lacera, ma rimane comunque nella sua posizione iniziale.

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Come si perde la verginità? 

Essere vergini significa non aver mai avuto un rapporto sessuale completo, ovvero quello che avviene attraverso la penetrazione: perdere la verginità consiste nel fare sesso per la prima volta. Quello dell'imene è solo un falso mito che è stato tramandato per troppo tempo e che ha condizionato in modo di vivere la sessualità femminile: l'imene non è quindi legato in alcun modo alla perdita della verginità. Perché non si rompe con il primo rapporto. Perché non è un sigillo di garanzia come il coperchio di un barattolo, che smette di fare “clac” dopo che l'hai aperto.

Perdere la verginità è doloroso? 

Anche quello del sanguinamento legato al primo rapporto sessuale è un luogo comune: le gocce di sangue che ci possono essere durante il primo o i primi rapporti sessuali non sono dovute alla rottura dell'imene. Questa parte del corpo femminile è una membrana che assume forme, dimensioni e caratteristiche differenti nelle varie donne, e che può essere più o meno vascolarizzata, più o meno elastica e resistente. La penetrazione, ma anche la masturbazione con le dita o con un sex toys, possono provocarne una piccola lacerazione, che porta a un lieve sanguinamento, ma la membrana è in grado di guarire da sé e in poco tempo. L'imene è in genere formato da fori che negli anni si allargano e perdono elasticità: quelli che rimangono sono dei piccoli lembi di pelle chiamati lobuli imenali. La prova che l'imene non abbia niente a che fare con la perdita della verginità è data dal fatto che ci sono donne che nascono senza l'imene. Per quanto riguarda il dolore che si prova durante il primo rapporto, è in genere dovuto a una scarsa lubrificazione

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Mito della verginità: ha senso parlarne ancora? 

Alla luce di quanto detto, ha ancora senso parlare di perdita della verginità? La risposta è sì, ma da un punto di vista del tutto nuovo, che non ha niente a che vedere con parti del corpo o inconfutabili prove da sventolare obbligatoriamente come testimonianza del proprio candore: le vostre nonne non vi hanno mai raccontato dell'usanza folle di esporre le lenzuola macchiate di sangue dopo la prima notte di nozze, a riprova del fatto di essere arrivate vergini al matrimonioLa verginità è un valore più psicologico che fisico, perché rappresenta in un certo senso la linea di demarcazione fra quando tutti ti considerano ancora una bambina e quando fai i primi passi, più o meno ufficiali, in un mondo un po' più adulto. Ha il sapore dell'attesa e della scelta, della prima decisione presa di proprio pugno. Quella nella quale scopri il tuo corpo non più da sola, ma con il primo “estraneo” che impari ad amare. In questi termini sì, se ne deve parlare, perché è una cosa bella quando arriva.

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Il concetto di verginità aumenta le disuguaglianze di genere 

La perdita della verginità aumenta il gap tra i sessi se continuiamo a raccontarla alla vecchia maniera. Che è un po' quella con la quale sono cresciute le nostre mamme, ma che può essere quella che i nostri figli non conosceranno.  Così potremmo anche smetterla di dire “ho perso la verginità”, perché il concetto di perdita è sempre accompagnato da una connotazione negativa. Dovremmo essere noi le prime a dire “ho fatto l'amore per la prima volta, non è come nei film, ma è stato bellissimo”.

Test della verginità: esiste ancora ed è sbagliato 

Se, nel nostro piccolo, possiamo cercare di rivoluzionare la sessualità femminile partendo dal linguaggio e dalla diffusione di informazioni corrette, purtroppo ci sono pratiche che risultano più difficili da fermare. Una tra queste è il cosiddetto test della verginità, chiamato anche test delle due dita o test dello speculum, che consiste nel controllare la forma dell'imene o nell'infilare due dita in vagina per verificarne la resistenza delle pareti. Obiettivo: capire se sei ancora vergine. Peccato che, in entrambi i casi, non esistano legami tra l'attività sessuale e i due parametri che vengono utilizzati per effettuare questa analisi malsana, che non fa altro che svilire la sessualità della donna e azzerare anni di lotte per l'emancipazione femminile e l'uguaglianza di genere. Abbastanza inutile aggiungere che la versione al maschile non esiste. Ciò che stupisce è che tali test non vengono praticati soltanto in Paesi nei quali sono principalmente legati a motivi culturali o religiosi, ma sono assai diffusi anche negli Stati Uniti, dove il “controllo dell'imene" (hymen check) è considerato legale nonostante sia l'OMS sia l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani abbiano dichiarato i virginity test come una violazione dei diritti umani, priva di base scientifiche, che amplifica "le norme socioculturali che perpetuano la disuguaglianza delle donne, comprese le visioni stereotipate della moralità e della sessualità femminile, e serve a esercitare il controllo su donne e ragazze". Lo stereotipo viene alimentato non solo dalla imenectomia, l'intervento chirurgico che millanta di riportare l'imene alla sua condizioni iniziali, ma anche dalla vendita dei kit di imene finti, degli anelli da inserire in vagina per fingersi vergini e che sono in grado di rilasciare anche del finto sangue durante il rapporto sessuale. Benvenuti nel 1910, o anche nel 1800. 

Foto: Tero Vesalainen-123RF

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