Etain Addey e il bioregionalismo: «La mia rivoluzione silenziosa»

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Intervista a Etain Addey, scrittrice inglese che da 40 anni ha scelto di trasferirsi in un podere isolato nel cuore della campagna umbra. Con una video-lettera dedicata a tutte le donne che vogliono cambiare vita.  

Da 40 anni, Etain Addey, ha fatto una scelta. Da 40 anni ha scelto di lasciare Roma e il lavoro in una multinazionale farmaceutica per trasferirsi in un podere isolato nel cuore dell'Umbria. Da 40 anni, Etain, vive degli animali che alleva e dell'orto che coltiva.

Lei ha i capelli bianco argento e lo sguardo placido e sereno di chi sa di aver trovato il suo posto nel mondo. Nella sua casa di campagna ha fatto scuola ai tre figli: «Così hanno avuto la libertà di imparare quello che desideravano imparare - racconta - senza quella disciplina che noi abbiamo sofferto in classe... senza materie separate, distaccate l'una dall'altra».

Etain non si sente mai sola. A farle compagnia il compagno Martino e le persone che vengono periodicamente a trovarla, da ogni parte del mondo, per “staccare” la spina e reimparare a poco a poco gesti secolari. Quando arrivi nel suo cortile, in primavera, ti accoglie un maestoso gelso carico di frutti. Sono talmente tanti che continuano a cadere …e la sera, mentre ti fermi a guardare le stelle nel silenzio della notte, ti lasci cullare dal suono di questa caduta “tof… tof… tof…”.

Etain è un’esponente del bioregionalismo, movimento ecologista nato negli anni ’70 nell’America del Nord, secondo cui la definizione dei territori andrebbe operata unicamente attraverso confini naturali, non “politici”. Confini che vanno a delimitare luoghi da ri-abitare, scoprendo, attraverso la pratica quotidiana, un nuovo vivere personale in armonia con la natura. Perché, uscendo dal sentiero battuto e inerpicandosi per stradine dimenticate e piene di rovi, si entra in un'altra dimensione.

Di queste stradine sconosciute ai più e della “vita nuova” parla nei suoi libri: Una gioia silenziosa (Ellin Selae, 2003), Acque profonde (FioriGialli, 2009) e La vita della giumenta bianca (Edizioni Magi, 2015). Libri carichi di storie e di insegnamenti preziosi da interiorizzare, non semplicemente da memorizzare. "Non registrare le parole di quel vecchio, sii tu quel vecchio", dice Etain, citando il poeta Wendell Berry.

Perché ha scelto di "tornare alla terra"?
«A Roma facevo la segretaria dell'amministratore delegato di una multinazionale farmaceutica. Ma l'etica dell'azienda per cui lavoravo per me non era accettabile. "Alla fine uno lavora soprattutto per guadagnarsi i soldi per mangiare - ho pensato - quindi la cosa più diretta sarebbe produrre il cibo da soli". All'inizio, quando mi sono trasferita in campagna, non sapevo distinguere le erbacce dai pomodori. Poi, piano piano, con l'aiuto di vicini generosi che mi hanno passato il loro sapere pratico ho imparato. Mi sono resa conto che l'istruzione che riceviamo a scuola è molto distaccata dalla realtà. Ad esempio: mi ricordo che un giorno il nostro montone non vedeva bene e sono andata a chiedere consiglio ad Antonio, il mio vicino. Mi ha detto che aveva la "malattia della luna", consigliandomi di schizzargli con la cannuccia un po' di zucchero dentro l'occhio. Ha funzionato. E la cosa ha comunque una spiegazione scientifica».

I suoi figli sono cresciuti qui? Cosa fanno ora?
«La mia primogenita, Melissa, è nata a Londra. Ma noi siamo venuti a vivere qui quando lei aveva 3 anni e mezzo. Gli altri due, Beniamino e Camilla, sono nati e cresciuti qui. Melissa è andata a studiare a Londra quando aveva 19 anni. Ben ha studiato a Perugia, Camilla ha studiato a Roma. Ma la scuola l'abbiamo fatta qui, in casa. Per Ben e Melissa fino ai 18 anni, per Camilla fino a 10 anni, dopodiché ha voluto andare a scuola. Adesso mi dice: “Mamma, io ho voluto andare a scuola perché ero sempre innamorata”. Beh, mi sembra un'ottima motivazione (ride, ndr). Adesso Melissa scrive romanzi storici, Beniamino fa l'infermiere al 118 di Perugia e Camilla fa la ricercatrice accademica per l’Università di Barcellona».

Quali sono i principali benefici (nel corpo e nella mente) derivati dal suo cambio di vita?
«Non c'è differenza tra vita lavorativa e tempo libero, perché tempo libero praticamente non ce n'è. Godi di quello che fai. Quindi non ti ritiri in pensione perché non c'è una separazione fra “momenti di vita”. La vita scorre ed è sempre una questione di stagioni, del tempo che fa, di chi c'è: a volte siamo in molti, a volte solo due. È uno stile di vita più salutare, lo dimostrano i contadini morti in età avanzata, ancora lucidi e capaci. Una vita che fa bene al corpo e alla mente perché è un modo di vivere che ti costringe sempre a cambiare il modo in cui fai le cose: sei in balia del tempo e delle stagioni. È un rebus continuo. Se fai questa vita e la fai per molti anni percepisci una realtà dietro il quotidiano in una maniera veramente impressionante. E questa è sicuramente la cosa più importante».

Ci descriva la sua “giornata tipo”.
«Quando mi alzo la mattina per prima cosa mungo le pecore e metto da parte il latte. A volte faccio il formaggio o la ricotta. Prima che si alzi il sole innaffio e poi lavoro nell'orto. Se ci sono ospiti mangiamo assieme, verso le 10. Poi mi occupo di attività come intrecciare cipolle o fare marmellate. Pranziamo, faccio una bella siesta e poi, alla sera, quando è più fresco, mi occupo dei lavori rimanenti come pulire i pascoli, raccogliere la legna, fare le fascine ... ».

Cambiamenti climatici, riscaldamento globale, fenomeni meteorologici dagli effetti catastrofici, un maggio che sembra novembre … La natura inizia a presentarci il conto. Per salvarci occorre un “ritorno alla natura”?
«Sì. Credo di sì. Mia sorella attivista mi ha invitato a partecipare a una manifestazione di protesta in favore della tutela ambientale. Ma la mia vita è già una protesta. Una protesta silenziosa, certo. Con la mia esistenza sto dimostrando che si può vivere con poco. Si può cucinare con la legna, anche senza avere il gas. Non dico che tutti dovrebbero fare come me, ma la gente dovrebbe chiedersi, quando esce a comprare qualcosa, se veramente serve. Ad esempio: io ho tanti piatti, perché me li regalano in continuazione. Molti sono rovinati. Ma non importa. Il cibo è buono lo stesso, anche se il piatto non è perfetto. Farsi una maglia da soli, il pane da soli, una marmellata da soli: queste sono le vere piccole rivoluzioni. Non è accettabile che ti fai arrivare le ciliegie dal Cile se a Natale non ce le hai. E se compri al supermercato cibi che hanno un involucro in plastica e gli animali muoiono soffocati nella plastica sei colpevole anche tu».

Utilizzate delle energie rinnovabili per scaldarvi, per cucinare …?
«Usiamo la legna: cuciniamo con la legna sia d'inverno, dentro casa, quando abbiamo bisogno di scaldarci, che all'esterno, d'estate, quando fa troppo caldo».

C’è qualcosa che le manca della vita di città? Si è mai sentita “sola”, o la natura basta a riempire le sue/vostre (di lei e suo marito) esigenze relazionali?
«La natura è una grande cosa. Comunque qui è difficile sentirsi soli perché c'è un fiume di persone che passa per la mia casa. Mia suocera, quando è venuta a trovarmi, mi ha chiesto: non ti senti molto isolata? No, in realtà mi sento al centro dell'universo. L'unica cosa che mi manca? Quando la mia amica fa uno spettacolo non riesco quasi mai ad andare. Mi dispiace un po' perdermi queste cose ma è una fatica andare a Roma. Trovo difficile sopportare per più di 24 ore il fatto di essere in un ambiente completamente artificiale, puzzolente, caldo, pesante. Per cui ... insomma ... la vita di città non mi manca tanto, no. Ogni tanto ho un incubo: sogno di essere tornata a Roma e di aver lasciato questo posto. Poi mi sveglio, meno male. (ride ndr)».

Come è cambiato il suo sguardo sulla società moderna? Cosa vede?
«In Occidente siamo quasi tutti orfani di un luogo. In Italia meno, sicuramente molto in Inghilterra e in America. La gente si sposta e non sta abbastanza in un posto per essere in grado di capire che l'entità primaria è il luogo. Questa è un'idea così strana per un'occidentale che non abbiamo neanche le parole per definirla. Freya Mathews, che è un’ eco filosofa australiana, ha scoperto che gli australiani aborigeni che sono lì da 65mila anni sono pienamente coscienti dell’importanza del luogo, sanno che “se tu hai cura del luogo il luogo ha cura di te”».

Ci regali un’“immagine” dal suo “album dei ricordi…
«Quando ho visto per la prima volta questo podere me l'ha mostrato il vecchio proprietario, Francesco. Avrà avuto più di 70 anni, io ne avevo 27. Gli ho chiesto di farmi fare il giro del perimetro del campo. Lui si muoveva, agile come una “capra”, davanti a me. Nel silenzio più totale. Solo dopo anni ho capito questo suo silenzio. Stavamo attraversando un paesaggio vissuto dalla sua famiglia per intere generazioni. Un paesaggio carico di storia, dolore, tragedie. Per me, che vivo qui da 40 anni, questo paesaggio è intriso di sentimenti e di persone, che ancora sono qui o sono morte. Queste sono cose incomunicabili per me così come per lui che, nel momento in cui lasciava questo posto a me, osservava un silenzio carico di sentimento».

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