Viola di Grado: «Con la quarantena ho messo da parte la scrittura»

Non può più scrivere fuori di casa, nei luoghi affollati, come ha sempre fatto. Allora legge diari e scolpisce bambole d'argilla. In attesa di poter prendere un aereo e far perdere le sue tracce. Intervista a Viola Di Grado, una delle più talentuose scrittrici italiane contemporanee.  

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Il Coronavirus ha cambiato le nostre vite. E continuerà a farlo, chissà fino a quando. In tanti, durante questo periodo di isolamento forzato, spegnendo la tv e aprendo le pagine di un romanzo, hanno (ri)scoperto il piacere della lettura: ma come stanno affrontando la quarantena le autrici dei libri che leggiamo, le donne che immaginano storie e poi mettono su carta? Abbiamo deciso di chiederlo proprio a loro. Iniziamo con Viola Di Grado, autrice classe 1987 che con il primo romanzo “Settanta acrilico trenta lana”, pubblicato nel 2011, è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega.

Ciao Viola. Come riempi le tue giornate in quarantena?

Scolpisco con l’argilla polimerica. Creo delle donne che si trovano incagliate nell'inconscio, nei suoi simboli e nelle sue trappole: hanno chiavi al posto delle gambe, o sono invecchiate a sedici anni, o sono metà strada tra i sentimenti e le forme umani e quelli animali. Le ho chiamate Haxan Dolls, per via del film muto svedese del 1922 sulla storia della stregoneria.

La tua routine è cambiata molto? Immagino che comunque lavorassi (ovvero scrivessi) già da casa...

In realtà sono uno dei pochi scrittori che detestano la pace, il silenzio e la scrittura in casa. Scrivo nei luoghi affollati, nei parchi o nelle caffetterie, mi è capitato di farlo anche alle feste o in uffici postali. A parte la scrittura, che adesso non avviene per scelta, in quanto la scrittura in clausura non mi interessa, la mia vita di prima era identica: uscivo pochissimo, solo per gli eventi legati ai miei libri e per scrivere. Anche nelle residenze per scrittura, in ogni luogo del mondo, sceglievo la solitudine e ogni tanto incursioni amicali con le persone che mi piacciono. Ma sono in quarantena con mia sorella, che è la mia migliore amica. La grande differenza è dunque che non posso più scrivere fuori di casa, come ho sempre fatto: a cinque anni scrivevo a scuola durante le lezioni. E dunque non scrivo.

Vedi dei lati positivi in questa quarantena?

Se ci sarà del positivo starà a noi trovarlo e farlo fruttare. Si è parlato molto, nel 2019, di barriere e confini, ma ce n'è uno che resta sempre in ombra e che questa strage dovrebbe finalmente portare alle nostre menti: dobbiamo ripensare il confine tra il nostro mondo e il mondo animale, confine che abbiamo sfondato con la violenza e la sopraffazione. Il prezzo di aver torturato in modo spregevole gli animali è, scientificamente parlando, l'approdo di un virus nell'organismo umano. A questo dovremmo pensare, mettendo fine alle barbarie vergognose che avvengono nei nostri allevamenti e macelli.

Foto: @Corrado Lorenzo Vasquez

Non stai scrivendo. Ma l’isolamento forzato per caso ti ha dato qualche idea per un prossimo romanzo? Mi sembra un ‘tema’ nelle tue corde.

È talmente nelle mie corde che non può darmi nessuna idea: sono idee che già vivevano nel mio habitat mentale. Dunque, al contrario, come ho detto mi sono spostata dalle mie idee consuete e ho messo da parte la scrittura, tranne i miei due diari.

Stai leggendo molto? E se sì, cosa?

I diari di Anaïs Nin e quelli di Susan Sontag. Questo è un tempo di diari, tempo riflessivo e interiore, a-narrativo. Anche perché è difficile sovrapporre narrazioni alla stranezza di ciò che viviamo.

Qualche consiglio per la lettura durante l’isolamento?

“Storia di Genji il principe splendente”, di Murasaki Shikibu. È il primo romanzo del mondo: ricominciamo a raccontare, e a raccontarci, da lì. Ne parlavo proprio l'altro giorno per l'iniziativa "Donne eccezionali in tempi (extra)ordinari" di Tuba Bazar.

Ci piacerebbe che consigliassi uno dei tuoi romanzi, spiegando perché sarebbe adatto alla quarantena più di altri.

Ovviamente “Fuoco al cielo” (pubblicato nel 2019, ndr). Parla di ciò che stiamo vivendo. Della natura distrutta dall'essere umano e di cosa significa vivere segregati in se stessi.

Foto: @Corrado Lorenzo Vasquez

La cosa o la persona che ti manca di più? 

Mi manca la mia gatta Ada, è morta di un altro Coronavirus poco prima che nascesse il nostro. Naturalmente questa mancanza non potrà essere sanata dalla fine della quarantena. Poi mi manca la Cina: ero lì lo scorso autunno per una residenza di scrittura e sarei dovuta tornare questa primavera. Mi manca viaggiare, perché io vivo in viaggio. Il viaggio è la mia casa, come diceva Basho.

Quale sarà la prima cosa che farà una volta tornata ‘in libertà’?

Se sarà consentito prenderò un biglietto aereo per qualche luogo lontano che non conosco ancora, e disperderò le mie tracce. Sceglierò istintivamente.

Hai imparato qualcosa di nuovo su di te durante questo periodo di isolamento?

No. E cosa potrei imparare dal non scrivere? È pieno di persone che hanno imparato molto dalla quarantena: il senso dell'amicizia, del silenzio, dell'amore, dell'universo e del pane fatto in casa. Io non ho imparato nulla. Forse è perché sono restia ad apprendere dalle limitazioni, dal pericolo. C'è qualcosa di fisso in me, come una pietra dura e rovente attorno a cui ruota il mio spirito. È ciò che mi allontana dalle caratteristiche più pure degli animali, essere umano compreso, come quella di adattarsi e di fare dell'adattamento uno strumento per sviluppare nuove parti di sé. Io mi adatto benissimo a tutto come un topo che si infila nelle fessure minime, ma le parti di me sgorgano spontaneamente e non spinte dall'allarme. Inoltre i miei pensieri vengono di rado dalla contingenza, vengono da un altro mondo in cui il fuoco brucia solo se crepita per iscritto.

Secondo te ci ritroveremo a vivere una vita diversa quando sarà tutto finito?

Spero proprio di sì. 

Foto apertura: @Corrado Lorenzo Vasquez

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