Ilham Mounssif, italo-marocchina in Cina: «Il mio ritorno alla normalità? Un giro in bicicletta»

Intervista a Ilham Mounssif, italo-marocchina che ha vissuto lo scoppio e il contenimento della pandemia nella città cinese di Quzhou, dov’è arrivata a dicembre: «Il resto del mondo ha sottovalutato il Coronavirus».  

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Africa, Europa, Asia. Questo il triangolo geografico transcontinentale che caratterizza la vita di Ilham Mounssif, nata in Marocco 26 anni fa, cresciuta in Italia (Sardegna, per la precisione) e al momento expat in Cina. Laureata col massimo dei voti e brillantemente avviata alla carriera diplomatica, Ilham è arrivata a Quzhou a inizio dicembre, per svolgere l’attività di ambasciatrice culturale e docente (lingua inglese e civilizzazione europea): giusto in tempo, suo malgrado, per vivere in prima persona lo scoppio della pandemia di Coronavirus, il lockdown di una provincia del Paese più popoloso al mondo e, finalmente, il lento ritorno alla normalità. Con le dovute limitazioni.

Sei a circa 600 km da Wuhan. Qual è stato l’impatto del Coronavirus a Quzhou?

«Nella provincia di Zhejiang ci sono stati in tutto 1267 casi di contagio, qui a Quzhou quelli confermati sono appena 14, senza decessi. Nessuno nella mia contea, piccola per gli standard cinesi ma in realtà con 800mila abitanti: sono stata fortunata, in questo angolo di Cina le cose sono andate bene. Certo, l’impatto economico e sociale è stato comunque importante. Siamo rimasti in casa un mese e mezzo, ripartendo solo a metà marzo, gradualmente verso la normalità.

La normalità, per te, è stata un giro in bicicletta.

«Per due giorni consecutivi sono andata in centro città in bici, per vedere com’era la situazione, dato che abito a una ventina di minuti. Tutto tranquillo, con le piazzette che si ‘piene’ di persone e gente in giro che fa ginnastica. I ristoranti accolgono di nuovo clienti, dopo aver fatto solo take away. Attrazioni turistiche, discoteche e locali notturni come i karaoke, che erano stato riaperti, sono stati invece chiusi di nuovo subito dopo.

Non c’è il timore di un’altra ondata? Si parla di una ‘nuova Wuhan’, Suifenhe, al confine con la Russia.

«Un po’ di apprensione c’è. Ci sono nuovi casi, dovuti ai rientri in patria, nuovi cluster di infezione come in alcune contee della provincia di Henan, messe in quarantena. Ma dicono che la situazione è sotto controllo, come dimostra il fatto che sia stata riaperta la provincia di Hubei, dove si trova Wuhan».

I dati del contagio diffusi dalla Cina, secondo te, sono reali o ‘truccati’?

«È ovvio che contagiati e morti siano più di quelli noti. Nelle prime settimane di caos molte persone sono decedute in casa senza nemmeno sapere dell’esistenza del Coronavirus. Non potremo mai avere dati certi. Ma questo si può dire di qualsiasi altro Paese».

Anche a Quzhou sono stati effettuati controlli a tappeto sugli asintomatici?

«Controlli a tappeto? Forse nelle zone che hanno registrato cluster locali, qui non mi risulta. A proposito di asintomatici, fa storcere il naso che da inizio febbraio, se non erro, non siano conteggiati tra i casi positivi. Avevano detto che avrebbero reso noti i numeri degli asintomatici individuati: si parla di migliaia di persone, ma non sappiamo niente. Questo rende ancor più importante il rispetto delle norme su distanziamento e igiene, nei limiti del possibile in quanto la vita sta tornando alla normalità».

A tuo avviso, i cinesi hanno gestito bene la pandemia?

«Hanno blindato l’epicentro della pandemia, isolandolo completamente dal resto del Paese. E sono rimasti settimane in casa, da subito, prima dell’alleggerimento. Quindi sì, hanno gestito molto bene la situazione».

L’Italia, l’Europa, il resto del mondo, invece, hanno sottovalutato il Covid-19?

«Certamente. Mentre in Cina una volta dichiarata l’emergenza è scattato il lockdown, il resto del mondo ha continuato a vivere serenamente. A un certo punto sono state prese alcune misure inutili, come l’interruzione dei voli, ma non all’interno dello spazio Schengen. Gli altri Paesi avrebbero dovuto fare controlli seri, preparandosi al peggio. Questo non lo sostengo io: lo ha detto a lungo l’Oms, che però è stata ignorata. Già prima delle varie chiusure dei Paesi c’erano già tante persone erano morte di, o meglio con, Coronavirus».

In Cina che cosa dicono di noi?

«La percezione è che il rispetto delle regole non abbia certo prevalso in alcune fasi, tra mascherine non utilizzate e gente che continuava ad andare in giro. C’è un sentimento di solidarietà e dunque di apprensione».

Sei in contatto con altri italiani in Cina?

«No, non con altri italiani, ma conosco diversi expat, non solo qui. La situazione sta migliorando ovunque».

Come hai affrontato l’isolamento?

«Sono stata da sola per quasi due mesi: ogni giorno uguale all’altro, trascorso tra lettura, studio della lingua cinese e il tentativo di raccontare la situazione cinese al resto del mondo. Il mese scorso ha piovuto molto, quindi non ho potuto nemmeno fare jogging nella pista di atletica del campus. Ho cercato di rimanere positiva, senza cadere nello sconforto: non mi pesava la solitudine, che in realtà mi piace, ma il fatto di poter uscire solo per fare la spesa. Appena la situazione è migliorata, anche la semplice cena con una collega che ho fatto a fine marzo è stata una bella gioia».

Dovevi rientrare in Italia in estate. I programmi sono cambiati?

«La pandemia li ha travolti. Sono venuta qui per conoscere la Cina, ma ho passato la maggior parte del tempo in casa. Avevo pianificato di viaggiare durante le due settimane di vacanza del Capodanno Cinese, cosa che non ho potuto fare, e i prossimi mesi saranno pieni di lavoro: forse mi trattengo un altro po’!».

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