Lorena Fornasir e i migranti: «Così resisto alla barbarie»

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Dal 2015 Lorena Fornasir, psicoterapeuta, insieme al marito si dedica alla cura e al supporto dei migranti. La sua storia.

Cosa fareste se un giorno, un bambino dal corpo martoriato e gli occhi di chi ha visto più di quanto anche un adulto sarebbe in grado di sopportare, si presentasse a voi tendendovi la mano? Quali parole usereste se una donna, disperata, vi raccontasse di quando ha visto suo figlio, appena 13enne, morire sgozzato dal delirio di un folle? Cosa provereste incrociando lo sguardo di chi la morte l'ha vista a un passo e, dopo aver perso tutto, continua con forza sovrumana ad aggrapparsi alla vita?

Cosa fareste se vi rendeste finalmente conto che le terribili immagini che recepiamo ormai quasi passivamente non sono sequenze di un film ma sprazzi di vita - e morte - vera? Sareste capaci, una volta toccato con mano il terrore di chi è sottoposto, incolpevole, ad annichilimento e distruzione, di voltare le spalle? Di urlargli contro di sparire, di andar via? Di urlare quindi al mondo, quasi con fierezza, la vostra spietata disumanità?

Intervista a Lorena Fornasir

Lorena Fornasir no, le spalle non ha potuto girarle. Il suo sguardo è rimasto incollato alle persone che, nel settembre del 2015, erano arrivate - dopo aver attraversato la rotta balcanica - a Pordenone, città dove lei lavorava presso l’Azienda Sanitaria e dirigeva il Servizio Adozioni Provinciale. Da quel momento, insieme al marito Gian Andrea Franchi, è scesa in strada ogni sera per dedicarsi prima a Pordenone, poi a Trieste, alla cura e al supporto dei migranti.

«Sono una persona che corre, o vorrebbe correre, nella vita degli altri per aiutarli a poter avere una vita migliore. Quella vita che io ho, e che loro non hanno». Con voce spesso rotta dall'emozione, Lorena ci ha raccontato la storia di persone che arrivano in Italia dopo decine di tentativi, viaggi devastanti, torture, privazioni, umiliazioni. Una storia di dolore e coraggio, di perdita e di fiducia. Di odio, paura, follia. Ma anche di amore, umanità, fratellanza. Una storia nella quale ogni essere umano potrebbe, e dovrebbe, avere un ruolo attivo: «Credo che le persone, se ci conoscessero, potrebbero seguirci. Non è difficile: basta alzarsi, fare un passo, e andare di là. Con tutta la fiducia che possiamo avere nella nostra capacità - noi donne in particolare - di avere cura della vita».

Come e quando ha deciso di dedicarsi alla causa dei profughi? C’è stato un episodio in particolare che ha fatto nascere in lei la volontà di dedicarsi a questa missione? Ce lo descriva.

In tutta la mia vita ho fatto la psicoterapeuta e quindi mi sono sempre dedicata all'altro, però non avevo mai fatto volontariato, non ero mai stata nelle associazioni, non mi ero mai occupata di migranti. Nel 2015 dirigevo il servizio adozioni dell'Azienda di Pordenone e a settembre sono arrivati i primi ragazzi della rotta balcanica: avevano fatto un viaggio tragico, attraversando anche la Bulgaria, che all'epoca attaccava i migranti con i cani, li torturava. Arrivavano con corpi feriti, in condizioni terribili: dopo aver visto queste persone non potevo tornare a casa e pensare di condurre la mia vita normalmente. Assolutamente. Potevano essere i miei figli. Così sono scesa in strada, con loro, l'ho fatto per tre anni, ho cucinato quasi tutte le sere, portavo bende, garze, cerotti, creme cicratizzanti... li aiutavo a stare semplicemente un po' meglio. Ovviamente insieme a tante altre persone, insieme alla società civile, non ero sola. Ero assolutamente impreparata a questa realtà, e ho imparato tutto quanto da loro.

Come gestite i vostri viaggi? Vi muovete autonomamente?

Io e mio marito facciamo parte di alcune associazioni come la Tina Mo- dotti che ci sostiene moltissimo, ma di fatto siamo semplicemente due individui che si dedicano a questa causa. Abbiamo intenzione di costituire noi stessi un'associazione, ma al momento l'unica cosa che abbiamo fatto è un annuncio su Facebook chiedendo donazioni, e siamo riusciti a raccogliere 60mila euro. Tutte le volte che raccogliamo un po' di soldi, andiamo in Bosnia ad aiutare le persone.

Dal 2018 vivete a Trieste...

A Trieste la rotta balcanica è iniziata un anno e mezzo fa circa. Del nostro arrivo ho un ricordo molto forte. Un giorno, mentre eravamo al mare, abbiamo saputo che un ragazzo afghano era rimasto schiacciato al molo sesto tra due container. Una notizia per noi disastrosa a livello emotivo. Da quel momento non abbiamo più saputo guardare il mare solo nella sua bellezza, né abbiamo saputo attraversare la Croazia, la Bosnia, la Slovenia, che sono terre incantevoli, senza pensare a quello che succede lì dentro. Per cui la bellezza è unita a questa grande tragedia e non possiamo più disunire le due cose.

Migranti lungo la rotta balcanica: una fotografia di quello che sta accadendo.

Sta accadendo un disastro umanitario. Ci sono centinaia di persone che sono alla ricerca di salvezza. Bambini, famiglie, siriani, curdi, iracheni: tutti hanno visto morire qualche persona cara. C'è la storia di una farmacista di Baghdad che è assolutamente da conoscere: lavorava a Baghdad e il marito era militare dalla parte sbagliata. Prima gliel'hanno ucciso, poi hanno sgozzato il bambino di 13 anni davanti a lei, e poi le hanno detto: "Vattene via perché sei impura nella terra dei puri, altrimenti ti violentiamo e ti uccidiamo". È stata costretta a scappare e quando è entrata in Bosnia è stata chiusa in una gabbia: queste sono le persone che stanno attraversando i nostri confini di terra e che purtroppo si trovano in Croazia, in Slovenia, dove ricevono trattamente terribili. Li catturano, come fossero animali, li pestano, li torturano con lo spray al peperoncino, li mettono in container per 36 ore senza acqua, senza cibo, li obbligano a fare gli escrementi lì, in mezzo a tutti, senza alcun contenitore. Una cosa di un sadismo terribile. Una realtà indegna per una società civile: è indegno che vengano stanziati così tanti milioni per la sicurezza e forse a un migrante non arriva un soldo per essere curato.

Quando vengono "rilasciati", cosa succede?

Vengono privati di tutto: cellulari, soldi, scarpe, e devono tornare indietro. Ma il vento non si può fermare come l'acqua non si può chiudere e loro ritentano 17, 20, 40, 50 volte, perché la loro unica speranza è la vita e la vita non si può fermare. A Trieste ne arrivano tanti ogni giorno: su 100 che vengono catturati, 70 vengono effettivamente presi e 30 più o meno riescono a scappare.

Cosa fanno, una volta arrivati in Italia?

Non vogliono restare qua, tranne pochi, sono più che altro i pakistani a fare domanda d'asilo. Gli altri vogliono andare via, raggiungere parenti nel nord dell'Europa. Ci dicono che qui in Italia non avrebbero un lavoro, non avrebbero un futuro, e loro vogliono lavorare e avere una vita dignitosa, come ce l'abbiamo noi.

Trieste com'è, in generale, dal punto di vista dell'accoglienza?

A Trieste c'è una realtà di accoglienza assolutamente virtuosa, rappresentata dall'ICS, il cui presidente Gianfranco Schiavone ha creato da tantissimi anni un modello virtuoso che adesso è sotto un attacco ignobile. Tutto quello che è stato creato in moltissimi anni con l'accoglienza diffusa - grazie alla quale i migranti neanche si notano in città, perché ne sono parte integrante -, adesso è stato smantellato e anche i nostri figli (compreso il mio) che lavoravano lì, ora sono per strada. Sono stati licenziati moltissimi ragazzi proprio per la chiusura delle strutture di accoglienza. Ma loro sicuramente ce la faranno, mentre i rifugiati che sono stati gettati in strada non so che futuro abbiano, se non quello di vivere sotto un ponte o essere cacciati come una zecca da un luogo all'altro.

Vive a stretto contatto con persone che hanno visto e vissuto dolore e distruzione: cosa ha imparato da loro?

Il dolore è una grandissima forza. Intanto stare accanto a una persona che soffre mi permette di poterlo ricevere, e questo credo sia molto terapeutico per chi sta male: è terapeutico, ad esempio, per un ragazzo chiamarmi "mamma" e attraverso questa parola, attraverso quello che io rappresento in quel momento, rivivere sua madre. Questo dolore io lo posso ricevere, contenere, e anche restituire, trasformato: il dolore non va annullato perché è memoria storica. Dal dolore di queste persone ho imparato sempre tantissimo.

Cosa è cambiato nella sua vita, nella sua percezione dopo aver intrapreso questa esperienza?

Non mi sento cambiata ma arricchita. Ho ricevuto tantissimo. Mi hanno insegnato a stare sul bordo della vita, a contatto quindi con la vita vera. Forse faccio fatica a trasmettere questa cosa: essere vicini alla vita per me significa stare accanto alle cose autentiche, alle cose vere.

La sua definizione di “confine”.

Nell'immediato mi viene da dire che il confine è soprattutto quello psicologico. Esiste quello fisico, quello di terra, di mare, ma il confine è soprattutto psicologico. Basta varcarlo, basta mettere il piede al di là e si vede un altro mondo.

Cosa non è chiaro, o cosa manca, a chi nei profughi vede il male?

Manca la capacità di mettersi al posto dell'altro. Sono persone molto impaurite, persone che si chiudono nel loro recinto senza accorgersi che il vero nemico, il vero mostro, è quello che hanno dentro se stessi e che proiettono nella figura più facile. Un capro espiatorio che in questo caso è il rifugiato, ma potrebbe essere l'omosesuale, il mendicante, lo zingaro. Credo siano persone molto impaurite, che si identificano nell'uomo forte, senza cogliere quanta paura abbiano della diversità. E la prima diversità è quella che hanno dentro.

Di cosa, più di tutto, hanno bisogno sul piano psicologico le persone che incontra?

Quello di cui hanno bisogno sicuramente sarebbe un accompagnamento terapeutico, soprattutto i bambini, rimasti senza infanzia, ma anche i giovani. Ce ne sono tantissimi che purtroppo tentano il suicidio, o che si sono suicidati. Avrebbero bisogno che l'accoglienza non venisse così attaccata e distrutta come stanno facendo perché senza questo tipo di accoglienza non c'è nessuna possibilità di integrazione, che è il primo "farmaco" perché possano stare bene, né c'è la possibilità di curarli e poterli accompagnare.

Quali sono i loro sogni, quali le loro speranze? Ne parlano con lei?

Il loro sogno più grande e unico è rivedere la loro mamma. E la speranza più grande è di avere un lavoro.

Per fare una donazione:

A.S.I.T. Associazione Solidarietà Internazionale Trieste B.C.C. di Staranzano e Villesse Soc. Coop.
IBAN IT 04 W 08877 02202 000 000 346 712
CAUSALE: rifugiati Bosnia

CREDITS

Camera: Valentina Mele e Claudiu Rednic
Montaggio: Valentina Mele

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