Lorella Zanardo: «Impariamo a dire dei no»

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Lorella Zanardo, autrice de Il corpo delle donne e attivista per i diritti femminili, torna con un nuovo progetto che invita a riflettere sull'omologazione dei volti nella società digitale. 

Dopo Il corpo delle donne, documentario lanciato nel 2009 per denunciare l'oggettivazione della figura femminile - ridotta a mera carne - nella televisione italiana, Lorella Zanardo, attivista per i diritti delle donne, educatrice e autrice, torna con un nuovo lavoro, Volto Manifesto. Un progetto che vuole far riflettere sulla trasformazione dei volti nell'era digitale: il trionfo del modello unico imposto dai media, il rifiuto della vecchiaia, la ricerca della perfezione, della pelle liscia, degli zigomi tirati, del nasino all'insù, quindi il dilagare di filtri, di app di fotoritocco e interventi di chirurgia estetica, ci condurranno a un mondo senza più espressioni? Senza passato? Senza storia? L'artificiale (finto, ripetibile e "perfetto") annichilirà definitivamente il naturale (vero, unico e "imperfetto")? Gli androidi ci rimpiazzeranno?

Intervista a Lorella Zanardo

Dopo "Il corpo delle donne" ha notato qualche cambiamento nella presentazione della figura femminile in televisione?

Sì. Alcune riprese, come quelle che io definivo "riprese ginecologiche" - ho una gallery di quel periodo raccapricciante con la telecamera che andava proprio a filmare sotto gli abiti–, sono diminuite. È bene sottolineare che non si tratta di moralismo: è più onesto un film pornografico perché in quel caso l'utente cerca appositamente un preciso tipo di contenuto. Diverso è quando trovi certe immagini su programmi che dovrebbero essere per famiglie.

A parte quel tipo di riprese, che sono diminuite, oggi ci sono trasmissioni, come ad esempio I soliti ignoti, di Amadeus, innovative da un punto di vista importante: non hanno le vallette. Sembra poco, ma per la televisione popolare è un segnale da non sottovalutare. Per 50 anni abbiamo visto giovani donne mezze nude, zitte, con una busta in mano messe accanto a un uomo di mezza età vestito e, soprattutto, "parlante". Ovviamente non erano colpevoli le ragazze, ma colpevoli erano quelli che le mettevano lì. In generale quindi alcune cose stanno migliorando, ma la nostra è sempre una televisione dove le donne vengono presentate più che altro per la loro bellezza. Non si capisce perché anche chi fa il telegiornale, o le giornaliste che fanno programmi di approfondimento, devono essere “perfette ”. All’estero non è così. Quindi alcune cose ci ingabbiano un po', ma ci si può lavorare.

Sta di fatto che nel 2020 abbiamo ancora bisogno di fare delle leggi per la parità di genere…

Certo, come detto è cambiato qualcosa, ma tanto c'è ancora da cambiare. Ci sono degli indicatori in questo senso. Come il Global gender gap, che misura il divario di genere in tutti i paesi del mondo attraverso alcuni parametri. L’Italia è al 72esimo posto, gli altri paesi europei sono tra i primi 20. C'è poco da aggiungere: il nostro è evidentemente da questo punto di vista un Paese arretratissimo. Non solo: se lo dici la gente si innervosisce, molti non vogliono che lo si ricordi, ma è così.

Parliamo del suo nuovo documentario, Volto manifesto.

Volto manifesto è un manifesto in 10 punti che vogliono far riflettere sul significato del volto in epoca di trasformazioni digitali. Da quando è uscito Il corpo delle donne, quindi parecchi anni, analizziamo migliaia di immagini da pubblicità, social, video, e ci stiamo rendendo conto che stiamo andando verso una sorta di volto unico. Da una parte tramite le app di fotoritocco, che ci indirizzano verso volti molto simili tra loro; dall'altra parte attraverso la chirurgia estetica: non voglio demonizzarla ma è indubbio che i media impongono un modello e in seguito noi donne cerchiamo di diventare quel modello. Volti tirati, nasi piccoli, zigomi prominenti, bocca pronunciata, e da ultimo gli androidi che sono quasi sempre figure femminili con un volto perennemente giovane. Ho sentito la necessità di fare un documentario e un manifesto per richiamare l’attenzione su cosa ci stiamo perdendo attraverso la cancellazione dei volti. Non è un giudizio ma una riflessione doverosa.

Quindi lei non è "contro" la chirurgia estetica?

No. L’approccio che uso io non è di critica, ma di educazione al ragionamento. Mi piacerebbe arrivare a una situazione in cui ragionando non ti senti così obbligata a dover essere in un certo modo. Credo che la maggior parte delle persone che si sottopongono a molti interventi lo fanno per una questione di insicurezza profonda, per il bisogno di essere accettate, che è comprensibile in una società come questa. Tempo fa partecipavo ad una trasmissione televisiva accanto ad una nota soubrette della mia età. Donna molto bella e chirurgicamente modificata. Lei mi diceva “Vede Zanardo, io rivendico il diritto di invecchiare piacendomi”. E io ho risposto: “Anche io”. Dicevamo la stessa cosa ma arrivandoci da punti diversi. Per lei bellezza è gioventù, per me bellezza è accettare e valorizzare i miei cambiamenti.

Nel documentario il volto è considerato “patrimonio dell’umanità”: in che senso?

La varietà sta scomparendo, andiamo verso la totale omologazione: ci rendiamo conto di cosa perdiamo? "Faccia" viene da fare. Io faccio la mia faccia. Qui c’è la mia storia. Prima che sia tardi sarebbe bene fare una sorta di grande archivio delle facce del mondo. Magari da qui a 50 anni non ci sarà più memoria di tutta questa bellezza e diversità.

Cosa può comportare, questo appiattimento, sul piano sociale e relazionale?

È il punto principale di Volto Manifesto: l'incontro tra volti estremamente uniformi, perché modificati, cambia le relazioni? Se pensiamo che la faccia sia solo un ruolo estetico, no, non cambia nulla. Se invece pensiamo che la faccia sia molto di più di un luogo dell’estetica, ma comunichi la storia delle persone, cancellarla allora sì, cambia molto. C'è da ricordare che la faccia, insieme alle mani, ma anche prima delle mani, è l’unico posto nudo del nostro corpo. Per il resto abbiamo i vestiti. Quindi la faccia mi presenta ed è un luogo di grande vulnerabilità, nel momento in cui cancello questa vulnerabilità cambiano molte cose.

Pensa che, per adattarci al modello dominante, finiremo per perdere definitivamente la capacità di scegliere (e capire) ciò che realmente ci piace?

Io mi batto da anni perché questo non accada. Certo è che bisogna prendere coscienza dell’importanza dell’educazione all’immagine: all’estero è obbligatoria. Dovremmo batterci perché diventi obbligatoria anche qui: essere consapevoli di come funzionano i media è essenziale per trovare una nostra pace interiore. Ma perché questo avvenga dobbiamo fare qualcosa, non dobbiamo subire passivamente.

Da cosa dipende, secondo lei, questa sorta di rifiuto del nostro naturale volto? Questo rifiuto del tempo che scorre?

Questa è una società che esercita una grande pressione sulle donne. Soprattutto giovani. Da sempre. Siamo vissute sempre con dei modelli a cui corrispondere. Però ora per una ragazzina ma anche per le donne in generale è durissima, perché i media sono ovunque. I social, la tv, la pubblicità: tutti ci somministrano un modello unico. Molte figure femminili seguite sui social condividono uguali sembianze. Vediamo in loro il rifiuto del passare del tempo, i volti tirati, grandi sederi, grandi seni, l'ossessione per il fitness. Si tratta di modelli impositivi: è difficile non sentirli influenti nelle nostre vite perché sono pervasivi. Bisogna demonizzarli? No. Semplicemente è necessario costruire una nostra consapevolezza. Imparare a non soccombere troppo. A sapere che le immagini e i mezzi di comunicazione hanno un obiettivo: renderci un po’ fragili così diveniamo più sensibili ai richiami del marketing. il nostro compito è non soccombere, cominciare a chiedere dei modelli alternativi. Spesso nei media non vediamo donne normali, come noi. Perché non ci siamo noi donne comuni nei media? Non si tratta di demonizzare chi si sottopone a chirurgia o chi usa i filtri su Instagram, ma di dare spazio alla verità, perché quei modelli escono dagli schermi ed entrano nelle case.

Le principali protagoniste della “rivoluzione del filtro” sono le donne… Il caso delle modelle finte, computerizzate, è emblematico: la donna diventa un sensuale ammasso di pixel. Secondo lei, in termini di emancipazione, Internet, luogo di “libertà”, tende più ad aiutarci o a penalizzarci?

Tutte e due le cose. Dipende da come lo si usa. C’è un’ignoranza terribile su questo tema. Tempo fa parlavo con un esperto di digitale che però aveva delle lacune terribili. Quando sostenevo che è necessario educare a un uso consapevole di internet, lui rispondeva dicendo che i giovani sono "smanettoni migliori di noi". Questo è certo, ma l’uso consapevole è un’altra cosa. Altrimenti è come consegnare la Ferrari a chi non ha la patente. Io ogni mattina e sono grata che internet esista: il mio documentario l’hanno visto milioni di persone grazie a internet. La rete non è pericolosa se usata consapevolmente, altrimenti può diventare molto negativa.

Secondo lei è possibile, e se sì come, educare i giovani a un utilizzo etico e “illuminato” dei social?

Se la domanda fosse su un utilizzo etico e illuminato della rete direi sì, sui social ho qualche dubbio. Sulla rete si può educare alla consapevolezza: mai censurare ma dare strumenti per guardare in modo critico. Esempio: come è messa la telecamera? Perché invece di mostrare un volto la telecamera parte dal basso? Dare questo tipo di strumenti può produrre cambiamenti. Sui social ho qualche dubbio: lo stesso Jerome Lanier, uno dei fondatori della rete, in un suo libro suggerisce di scappare dai social perché ci vuole un grande autocontrollo a non farsi catturare dai sentimenti peggiori. L'uso dei social presuppone una consapevolezza granitica, perché sono in grado di tirar fuori il peggio di noi. C’è da riflettere.

Cosa vede, cosa percepisce, lei, quando si rapporta ai giovani andando nelle scuole?

Noi andiamo nelle superiori, quindi vedo ragazzi dai 14 ai 19 anni e vedo cose meravigliose. Mi sento molto rinfrancata quando vado nelle scuole perché vedo ragazzi in un periodo della vita in cui tutto è possibile. Per questo vorrei tanto che il Ministero dell’Istruzione investisse di più su quella fascia d’età. A volte andiamo in scuole difficilissime, dove gli insegnanti sono eroi ed eroine per la difficile situazione che si trovano a gestire: dopo 3 ore c’è un’altra storia. A volte arriviamo e partiamo con un video di trapper: catturiamo l’attenzione e facciamo lezione su come ascoltare la musica trap in modo consapevole. Alla fine accadono veri e propri miracoli. Parliamo con i giovani ascoltandoli, mettendoci noi al loro servizio, e in questo modo funziona sempre.

Il suo documentario ci ha colpito in particolare per la forza delle sue immagini. Per il contrasto, spiazzante, tra verità e finzione. Forse sì, cerchiamo la perfezione, ma una volta trovata restiamo inquieti… cosa ne pensa? Potrebbe, questa nostra naturale, umana, predisposizione al “vero”, frenare la degenerazione?

Vorrei dirti di sì ma ho dei dubbi perché il concetto di “vero” non è uguale per tutti. Io sono di una generazione che ha vissuto metà vita senza rete, e ricordo bene come si viveva senza internet. Il concetto di “vero” è molto diverso per me rispetto ai nativi digitali. Per chi è abituato a FaceApp, alle modifiche, ai filtri, il "vero" è spesso ciò che per me è “falso”. Oggi il finto è normalizzato.

Quali sono secondo lei i limiti della perfezione?

Che è noiosa. Come diciamo in uno dei punti del Manifesto. Cosa vuol dire perfezione? Oggi significa uniformità totale di tutto: con le diverse app puoi togliere macchiettine, rughe, puoi limare, affinare, tirare. Significativo in questo senso è anche il botulino, perché immobilizza l’espressione. In pratica si fa corrispondere al concetto di perfezione un volto da sfinge, monoespressivo. Ma chi l'ha detto che il naso all’insù che va oggi per la maggiore sia il più bello? Donne bellissime con nasi pronunciati pieni di personalità si stanno sottoponendo a interventi di chirurgia estetica per uniformarsi al nasino: un delitto contro l’umanità. La perfezione come modello unico diventa banale. Forse se anziché essere concentrate sulla bellezza crescessimo figli e figlie parlando loro di fascino, parola oggi desueta, le cose potrebbero iniziare a cambiare. Il fascino indica qualcosa che resta negli anni, al contrario del volto perennemente giovane che è destinato a scomparire.
 

CREDITS

Riprese: Valentina Mele e Claudio Rednic
Montaggio: Valentina Mele
Articolo di Giusy Gullo

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